Di nuovo in viaggio:

Siamo di nuovo in viaggio, questa volta siamo in partenza per l’ospedale di Yrol in Sudsudan. Una missione non facile, motivo in più per fare del proprio meglio. Siamo arrivati ad Addis Abeba, ore 7 del mattino, temperatura 12 gradi con pioggia sottile ed insistente. Certe persone hanno pure la giacca a vento con pelo annesso. Quando siamo partiti dell’Italia c’erano nella nostra auto più di 43 gradi e c’è ancora chi pensa al caldo africano.
Il gates per arrivare alla nostra destinazione sono sempre gli ultimi in tutti gli aeroporti, nel posto più lontano ed essenziale. Anche qui è evidente quanto sono considerati questi paesi. Per farla completa, poi, il volo ultimo per Juba è sospeso per problemi alla torre di controllo. Meglio così, piuttosto che poi, è meglio aspettare, ma fino a quando? Non si sa. Nessuno dice niente, si aspetta e basta!
Si capisce già come gira da queste parti, si aspetta con pazienza incommensurabile che succeda qualcosa.

Visita al centro:

Questa mattina siamo in visita in un centro di recupero per bambini con malformazioni, agenesia del femore, ostemieliti, paralisi varie.
Nel centro Orutunna a Juba, parlano arabic, si saluta salam e si risponde tsubukj.

Arrivati a destinazione:

Dopo vari scali, ritardi e attese siamo arrivati a destinazione. Ci avevano descritto questo paese in modo un po’ preoccupante ma, fino ad ora, tutto sembra ok. Quamdo siamo arrivati in Uganda nel 1991 con un bambino di 2 anni la situazione era senz’altro peggiore. Non c’erano i telefonini mentre ora la facilità di comunicazione è un grande vantaggio. Si trova cibo anche se non di tanta varietà e qualità. Ma in capitale c’è tutto, in pochi posti, ma c’è. In Uganda, invece, non si trovava nulla.
Ci raccontano anche qui, come allora, di parecchi episodi di sparatorie tra fazioni diverse anche per piccoli torti subiti. Nel paese vige ancora la pena di morte. Si respira un’aria di sospensione e di calma, forse apparente? Non lo so. C’è attesa che qualcosa cambi.
La saletta di attesa del MAF a Juba è composta da 15 sedie messe alla meno peggio. Due ventilatori muovono l’aria che sa un po’ di tutto, sottofondo musica locale di uno che ripete sempre la stessa cosa con lo stesso sottofondo musicale per un tempo lunghissimo che sembra non finire mai. Dopo aver pesato a modo loro i bagagli ci dicono che bisogna aspettare un’ora e tre quarti.
Intanto la musica continua con la stessa modalità ma la voce sembra essere diverse. Il caldo è forte ed insistente, nessuno si muove e ci spiega cosa accadrà così pazientemente si aspetta, nuovamente.
Sto facendo un volo di memoria e ricordo quando siamo volati con Giacomo di appena 2 anni con il MAF la prima volta che siamo atterrati in Karamoja sulla pista di Matany. Quella era la prima volta che venivano trasportati ufficialmente dei volontari.
Il papà di Lorenzo era atterrato qualche tempo prima con un volo di prova della pista.
L’aereo di 5 posti era occupato solo da noi tre. Era una bella giornata e prima di entrare in cabina il pilota si fa il segno della croce e comincia a pregare. Noi rimaniamo un po’ sbalorditi ma ci avevano assicurato che erano tanto bravi. Ci fidiamo e saliamo un po’ timorosi. Durante tutto il viaggio c’era un rumore assordante e non si poteva parlare perché non si sentiva la voce, solo a cenni e Giacomo era terrorizzato.
Dopo due ore di viaggio dove si intravvedeva la vegetazione sempre più rada e secca, dove le magnate erano sempre più evidenti suamo arrivati a Matany. Per avvisare del nostro arrivo laereo faceva alcuni giri sopra per dare il tempo al fratello Carlo che a quel tempo era incaricato della pista per far spostare le mucche e le capre che sempre si trovavano a pascolare sulla strip. Quando siamo arrivati ci stavano aspettando tantissimi karimojon, con la kanga, l’ekichiolon ed il bastone, alcuni avevano anche il kalascnicov. C’erano i bambini, i pastorelli, i padri le suore ed i medici della missione. Appena scesi, i saluti, la polvere mista agli odori acri di tutto, ci hanno fatto provare una grossa emozione e la consapevolezza che proprio quello era il posto dove volevamo stare.
Con questi ricordi siamo finalmente arrivati a Yirol.

Yirol:

Internet va e non va, l’unico denominatore comune per qualsiasi cosa qui è l’attesa. Sì, si attende tutto!
Si aspetta che il coordinatore ti dia l’ok per cominciare il lavoro, che il logista ti informi su come muoverti, che il contabile ti sappia dire come fare la burocrazia, che la ministra ti riceva prima che tu possa fare qualsiasi cosa.
GRANDE ESERCIZIO DI PAZIENZA.
Nel frattempo si sente un vocio di locali: cuoche, giardinieri, operai che parlano e scherzano seduti accompagnati dal pigolio di pulcini e gallinelle che scorazzano sotto una pioggia incessante.
Prima di entrare in ospedale bisogna presentarsi alle autorità locali, in questi caso alla ministra della contea di Eastlake. Dopo un’attesa di quattro ore (causa pioggia) siamo stati ricevuti in una stanza, all’interno dell’ospedale, tutta tappezzata da drappi ridondanti beige e marron agghindati in maniera barocca con pieghe “rimbombate”. Attorno a tre tavoli uniti ricoperti da drappi rossi con bandiera e nome della ministra, ci ha salutati e ci ha dato il benvenuto seduta a capotavola su una sedia che era notevolmente più alta delle nostre!!
Con il suo permesso il capoprogetto ci ha portati a visitare l’ospedale. A dire la verità non so se può meritare questo nome!!! Lo sporco è così pregno che si stenta a raccontarlo. Non ci sono medici se non un infermiere un po’ più specializzato forse. Tanti altri sono altrove e non collaborano perché lo Stato ha abbassato loro lo stipendio. Tutte le varie attrezzature sono buttate in qua e in là, sepolte da altre cose malfunzionanti o rotte. Tutto è ricoperto da strati di polvere, misti a sporco vario.
I muri sono lerci, così pure i letti, i materassi e dai soffitti pendono sporcizie di terra e ragnatele miste a nidi di terra di vespe o altro.
Da un altro reparto sta uscendo un papà con un bambino grandicello, così sporchi e magri che raramente ho visto così. Accenno ad un saluto e un sorriso ma mi passano via con gli occhi sbarrati, forse di dolore o di sconforto? Non lo so.
Tutto il compound dell’ospedale è tenuto ad erba alta e mucchi di cose disseminati ovunque.
Dove siamo noi è un po’ meglio!!!

Un saluto

Daniela e Lorenzo

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